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giovedì 7 marzo 2013

Fine del mondo e dei talk show (di Furio Colombo)


Caro Colombo, non hai l'impressione che, insieme col Papa, con il governo, con il vecchio Parlamento e i vecchi partiti, finiscano pure i talk show, detti anche, impropriamente, programmi di approfondimento?

Arturo

Infatti c'è da domandarsi come possano sopravvivere a questa pioggia di meteoriti i dinosauri del giornalismo televisivo italiano. Giorni fa, quando ho visto portare nello studio di Porta a Porta prima il loden di Monti e poi un giaguaro imbottito per Bersani mi è sembrato di assistere al funerale del genere. So benissimo che ho torto, o almeno mi danno torto i
precedenti. Sarà almeno la terza volta che annuncio la fine dei talk show. Dico solo che se prima l'approfondimento era solo finzione per permettere lo scorrere di voci politiche sovrapposte e incomprensibili, adesso alcune di quelle voci mancheranno e succederà ciò che avevo proposto al Pds, ai Ds, al Pd ai tempi della egemonia di Berlusconi: non andate. Ben pochi spettatori, alla fine, sopporteranno i monologhi. Invano, Un sostegno poderoso a Berlusconi, inteso come regime, è stato dato dalla fervida e multisettimanale presenza di squadre fisse di pochi leader politici di sinistra (immutabili) che hanno avuto l'unico effetto di diffondere vampate violente di antipolitica (controprova: solo in Italia, dove alcuni personaggi politici, sempre gli stessi, sono in scena ogni sera, c'è uno slancio antipolitico così spietato). Ma ora l'ostinazione dei nuovi venuti (un terzo del Parlamento) a non stare al gioco forzerà il cambio che alcuni hanno fervidamente supplicato. La tesi è questa: nessuno può sopportare sempre le stesse facce degli stessi politici che parlano senza interruzione di se stessi, saltando da un programma all'altro, non selezionati dal conduttore della trasmissione, ma (così è andato finora) imposti dai partiti.
Infatti, non ha senso che il tenore che ha cantato la Traviata vada in onda dopo l'opera per dire quanto è stato bravo, e per confrontarsi con altri cantanti che avrebbero voluto avere quel ruolo. In onda vanno i critici, i competenti, i musicologi in rappresentanza delle varie posizioni critiche sullo spettacolo in discussione. E allora sì che il dibattito diventa vero e interessante per il pubblico. In altre parole, penso che i dibattiti politici, che sono tipici delle altre TV in Paesi democratici (persone esperte e informate che si incontrano per sostenere o avversare ciò che partiti e personaggi politici hanno fatto o stanno per fare), possano diventare normale informazione politica anche in Italia. Per i protagonisti politici restano i telegiornali, il Parlamento e le piazze.

Furio Colombo - 07 marzo 2013 -
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